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INSEGNARE ITALIANO NELLE COMUNITÀ VENETE DEL MINAS GERAIS

http://www.regione.veneto.it/Venetinelmondo/NewsView.aspx?idNews=261

Dopo aver lasciato la mia terra veneta, cambiato tre aerei, aver trascorso quattro ore in macchina, percorrendo circa 400 chilometri, in un viaggio complessivo di una trentina d’ore, mi riscopro, in qualche modo, di nuovo, tra i miei compaesani. Sì, ma non in Europa, Italia, Veneto, bensì in continente americano, nello specifico, in Brasile. Qui, che in dicembre è piena estate, trentaquattro gradi di media, con acquazzoni torrenziali quotidiani, dove ci si sveglia al sonoro brontolio mattutino dei pappagalli, si fa colazione a base di frutta tropicale e caffè di torrefazione locale dall’aroma sfacciatamente intenso, qui, abitano intere e immense colonie italiane, molte delle quali sono puramente e genuinamente di nostra origine veneta. Siamo nella cittadina di Resplendor, nello stato brasiliano del Minas Gerais, opposta alla grande capitale di Belo Horizonte, comunque quasi confinante con lo stato di Espirito Santo.

Il territorio, in generale, offre una ricchezza naturalistica e quindi paesaggistica di intenso interesse. La vegetazione amazzonica si intreccia dolcemente con costruzioni dal sapore latino, il tutto abbellito dall’arte colonizzatrice e insieme indigena, trasmettendo un’incantevole armonia di forme e colori, creando così un’atmosfera da mozzafiato.
È, questa, una terra dagli sconvolgenti contrasti etnici, in cui vivono e convivono più di un centinaio di razze diverse, a partire da quelle di ceppo indio-africano, passando a quelle europee, tra cui tedesche, russe, slave, ovviamente portoghesi, ma soprattutto italiane. E, per italiane, qui, si intende nostrane. Quasi il 90% degli immigrati nell’area sono originari di Treviso, Vicenza, Verona, Padova, Venezia e Belluno. Una miriade di cognomi veneti, da Borgo, Costa, Nico, Benincà, a Fasolo, De Nadai, Campo Dell’Orto, dietro ai quali si esprimono altrettanti abitanti che ancora portano in sé una commovente confusione di ricordi paterni e materni originari, testimoniati assieme a un profondo rispetto, da una voce rotta a volte dall’emozione di ricordarli, riportati con quel miscuglio che sono la lingua oriunda e brasiliana insieme, incredibilmente ingarbugliata e tremendamente affascinante, come lo è il loro sangue.
Già conoscevo questo fazzoletto di mondo, da un paio d’anni, con il progetto regionale “Strade e Radici”, assieme al Presidente dell’Associazione Veneti nel Mondo Onlus Aldo Rozzi Marin, all’Assessore alle Politiche dei Flussi Migratori della Regione Veneto Oscar De Bona,  al Dirigente della Sicurezza Pubblica e Flussi Migratori Egidio Pistore e al Segretario Generale della Programmazione Adriano Rasi Caldogno, quando siamo stati in visita in queste comunità, per incontrare l’associazione Avesol, acronimo di Associazione Veneta Solidarietà del Medio Rio Doce di Minas Gerais, con cui la suddetta associazione ha firmato un gemellaggio.
È da tale circostanza che è scaturita in me l’idea, allora remota e indefinita, di portare qualche cenno della nostra cultura e lingua, desiderio da loro espresso e sognato in modo così forte da lasciarmene il segno e la memoria. Ed ora, adesso che tale idea si è volta realtà, grazie anche a un sensibile e valido contributo del suddetto assessorato regionale, a più di un anno da tale occasione, mi ritrovo qui, questa volta sola, di nuovo tra queste meravigliose genti.
In un mese, ho organizzato, iniziato e portato a termine svariati brevi corsi di lingua italiana e cultura veneta, svoltisi nel cuore di un paio di paesini piuttosto adiacenti, Resplendor e Cuátituba. Alcuni corsi erano pensati per i bambini di età più tenera, mentre gli altri erano rivolti a un pubblico adolescente e adulto.
Ricordo il primo giorno, quando quei bellissimi bimbi si disposero di fronte a me in file ordinate, da dove si accingevano ad ascoltarmi, tutti impettiti, forse un po’ timorosi ma altrettanti interessati, con gli occhi sgranati di curiosità, la bocca spalancata e le orecchie tese verso quei suoni a loro così nuovi.

Ascoltavano la mia spiegazione, in silenzio, e ripetevano con la serietà più rigorosa, a volte ridendo dei comici risultati ottenuti, altre tutti fieri e pieni di orgoglio per la loro buona e inaspettata riuscita linguistica. Allegramente buffi, ma di un’incredibile dolcezza, sicuramente alquanto naif, ma sfacciatamente semplici, quei bambini mi hanno preso il cuore. Anche le lezioni ad adulti e adolescenti sono state nettamente interessanti e appassionanti. I più giovani erano motivati, attenti e attivi, ricchi di desiderio di apprendere, fonti inesauribili di domande, importante segno di intelligenza e cultura. Gli adulti dimostravano estrema concentrazione e mi comunicavano una gratificante stima per quello che stavo costruendo con loro.
Ho avuto, infine, il grandissimo onore e piacere di avere come alunni un vivace gruppetto di anziani, prossimi e diretti testimoni dei primi discendenti nella regione. La nota fantastica è che si rivolgevano a me solo in dialetto, ricordando ingenti quantità di parole ed espressioni venete. E, mentre cercavo di spiegare loro le differenze tra questo e la lingua italiana, mi sentivo, poi, di rispondere in dialetto, solo grazie all’ammirazione che sentivo di provare nel percepire come ancora ricordavano ed amavano quelle che sono anche le mie origini. Le lezioni sono state accompagnate da integrazioni pratiche socio-culturali, dove ho fatto ascoltare loro canzoni, ho letto poesie, proverbi e storie. L’esperienza più simpatica è stata trovarmi con loro per preparare un’enorme insalata di riso, piatto magari banale, che ha però riscosso degno successo.
Ho rivisto anche la nonnina del paese, una signora che ha toccato la vetta dei 102 anni, veneta a tutti gli effetti, discendente di prima generazione. Chiacchierando con lei, mi stringeva la mano forte, e mi raccontava dell’infinita e dura traversata in nave dei suoi genitori, per poter raggiungere la terra brasiliana. Poi mi chiedeva e richiedeva se sono italiana dell’Italia, forse la turbava piacevolmente il fatto di rivedere in me quelle che sono le sue medesime radici.
Davvero emozionante, coinvolgente, caldo, toccante per me, insegnare a quest’ultimo strascico di cultura veneta, e regalare loro un tuffo nel passato, un po’ come se la mia missione fosse quella di custodire preziosamente e gelosamente l’ultimo breve segmento di una catena longeva e densa di contenuti com’è quella veneta.
Questa popolazione è di una semplicità disarmante, di una purezza radicata e sentita, e di un’intelligenza irrequieta. Arrivi qui, e per essere felice, sereno e spensierato non ti servono più tutti i mezzi materiali senza i quali in Italia ci sentiamo perduti ed emarginati. Tutte le sciocchezze di cui ci circondiamo, riempiamo e serviamo per raccontarci ed illuderci di vivere un’esistenza migliore, beh, sono una trappola ideale per noi stessi, e, senz’altro, un’eccellente fonte di guadagno per chi comanda e gestisce una massa troppo spesso inerme e indifferente.
È a queste latitudini che, come una doccia gelida, mi sveglio dai miei innaturali letarghi di donna bloccata nella mia indole, per aprire gli occhi, all’improvviso e bruscamente, e vedere cosa sto combinando. È qui che ritorno ad essere me stessa, che mi sento libera di vedere il mondo con il mio cuore, la mia anima e la mia testa, ed è proprio qui, infatti, che mi riconosco una persona serenamente felice, e felicemente semplice. Ed è qui, che mi
ritrovo a essere io a ringraziare sentitamente tutti loro, per avermi dato, l’ennesima volta, la possibilità di ricordare e apprezzare quello che sono veramente, per battermi sempre a favore della mia indole, spesso troppo selvaggia e indomita, ma sicuramente genuina e pura.

dott.ssa Giorgia Miazzo
giorgiamiazzo@gmail.com

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