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Tutti a teatro in onore dell'emigrante

Sono seduta tra le prime file, si apre il sipario e il palcoscenico mostra una scenografia di vecchie valige accatastate e semplici fagotti che ricordano una partenza, racchiudono il senso di un’esistenza. Mi accingo a vedere uno spettacolo di teatro-narrazione, che rappresenta uno spaccato di emigrazione veneta…

Sono seduta tra le prime file, si apre il sipario e il palcoscenico mostra una scenografia di vecchie valige accatastate e semplici fagotti che ricordano una partenza, racchiudono il senso di un’esistenza. Mi accingo a vedere uno spettacolo di teatro-narrazione, che rappresenta uno spaccato di emigrazione veneta, “Il ponte sugli oceani. Amori”, illustrato da Guido Ruzzenenti, con le musiche di “Acoustic Duo” e la regia di Andrea Castelletti.
Si tratta di un monologo, dove l’attore e unico oratore, vestito con costumi da contadino dell’800, narra l’epopea di un viaggio nei sentimenti, descrivendo le geografie del mondo perse nei labirinti degli affetti. È accompagnato da un duo acustico che suona canzoni popolari con chitarra, mandolino e armonica, oltre a riprodurre suoni ambientali come il rumore del mare o della tempesta, della miniera e dei canti della foresta, utilizzando ingegnosamente strumenti artigianali.
Viene interpretato Angelo Corradi, il quale, con la sua copiosa famiglia composta di sette figli, nel 1894 lascia per sempre la sua contrada, di un paesino della Lessinia, zona montagnosa e selvaggia nel nord veronese, per emigrare in Brasile. La vicenda si snoda lungo quattro generazioni, tramite le quali i protagonisti vivono l’esperienza migratoria attraversando i vari continenti. Si arriva in Merica, e cioè in Brasile, a Ilha das Flores, a Rio de Janeiro, per giungere a Juis de Fora, nel Minas Gerais. Da lì si prendono i treni per Mariana o Ouro Preto, centri di grosse miniere. Ci si trasferisce poi a Buenos Aires, in Pennsylvania, nella Lorena e in Australia. Luoghi dove iniziare una nuova vita, destini legati a promesse mai mantenute, lavoro duro da spaccarsi la schiena spesso in miniera o nelle campagne, dormendo in baracche, sfamando le numerose famiglie con cibo misero e scarso, ma con il cuore verso la terra natale. Gli unici attrezzi portati da casa servono per farsi largo tra terreni montagnosi o fitte foreste da disboscare per costruire un posto dove abitare.
Assisto affascinata e mi immergo in una storia rocambolesca e lirica, a volte ilare altre struggente, dove si rievoca lo spirito dell’emigrante, ricco di emozioni intrinseche sia nel piano storico che comunicativo.
L’anno scorso l’edizione teatrale è stata premiata al Festival Internazionale “Ape D’oro” come “Miglior testo di vita vissuta e magistralmente raccontata”, oltre che al Festival “Il Torrione di Citerna” come “Premio Speciale della Giuria”. Quest’opera teatrale suggestiva sulle origini e vicende degli emigrati è estrapolata dall’omonimo libro “Il ponte sugli oceani”, scritto da Raffaello Canteri. Nato in provincia di Verona nel ’46, racconta le sue storie come probabile identificazione della propria vita, lungo la quale, dopo anni di insegnamento, diventa giornalista e scrive per passione saggi politici e piccoli romanzi storici. Si è poi avvicinato alla microstoria delle realtà locali, facendo risaltare esperienze dimenticate della sua gente. Il libro rappresenta l’ultimo dei suoi scritti, dove indaga la migrazione della Lessinia spalmata nei vari continenti.

Nell’autunno 2009 la tournée è stata proposta anche in Brasile per presentarla agli oriundi e ritrovare tra loro la discendenza dei Corradi, nonché di altre famiglie venete. Il tutto grazie al finanziamento dell’Assessorato ai Flussi Migratori della Regione Veneto e del Comune di Castelnuovo del Garda, oltre che il sostegno dell’Associazione Veronesi nel Mondo in Italia e il Circolo dei Veronesi di Criciuma e Nova Veneza. Si sono ripetute sei rappresentazioni nello stato di Santa Catarina, in particolare nelle cittadine di Siderópolis, Criciuma, Cocal do Sul, Nova Veneza, Turvo e Icara. Le sceneggiature sono state riprodotte con i materiali conservati dai discendenti, in modo tale che finzione e realtà coincidessero, avvicinando le sensazioni rivissute per quel segmento di storia.
Laggiù lo spettacolo è stato recitato solo in veneto, poiché quella terra accoglie una percentuale di immigrazione oriunda di oltre il 90% e nelle case molte famiglie comunicano ancora in dialetto. Il consenso e l’approvazione sono stati immensi. I teatri erano gremiti e il pubblico ha seguito con grande passione e commozione. Alla fine hanno applaudito per molti minuti tutti in piedi, frenando a fatica l’intensa emozione. Questa storia li ha toccati da vicino, perché da un lato ritrae le loro origini, dall’altro riporta alla metafora dell’esistenza individuale, in cui ognuno sogna una vita migliore. È un segno importante, perché, in qualche modo, i discendenti si sono ritrovati spettatori e insieme protagonisti di un contesto comune e profondamente insito nell’anima. Assistevano allo spettacolo della loro vita, ed emozionati continuavano a dire, “Xé proprio uguale a la storia che me xe sempre sta racontada!”
Anche giornali, radio e televisioni brasiliane hanno seguito la tournée con grande partecipazione e attaccamento. Qualcuno confida di avere percorso centinaia di chilometri per assistere allo spettacolo. La folla era così nutrita da non poter accogliere tutti e chi non riusciva a entrare assisteva radunandosi all’esterno. Ancora una volta i brasiliani hanno avuto modo di esprimersi con una delicata sensibilità grazie a un dettaglio distintivo. Il comune di Sideropolis si è manifestato scegliendo come pagamento per l’entrata, anziché denaro, un chilo di riso, che sarebbe stato poi consegnato alle famiglie meno abbienti. Non solo, anche il comune di Cocal do Sul si è prodigato in tal senso, proponendo come biglietto lo scambio con un dono natalizio da offrire ai bambini poveri.
Inoltre, la compagnia ha avuto l’opportunità di conoscere una realtà giovanile particolarmente toccante, spingendola a devolvere il ricavo dello spettacolo in beneficienza ai milleduecento bambini della missione del Bairro da Joventude, a Criciuma, nello stato di Santa Catarina. Si tratta di un orfanotrofio fondato dai padri Rogazionisti, tra cui il caro amico Padre Vincenzo Lumetta, che dedica la vita a questa condizione, dove accolgono orfani e meninos da rua provenienti dalle favelas. Un paese per bambini concepito per offrire strutture dall’asilo nido alla scuola professionale, formando i ragazzi e qualificandoli per la vita professionale adulta, togliendoli dalla fame e dalla strada.
Emigrare è sempre un po’ morire, ma ricordare è sempre un po’ rinascere, tornare all’ancestralità della propria esistenza, senza rinnegarsi mai, assumendo come modello di vita l’energia e la forza, il coraggio e la fede. Orgogliosi delle nostre origini.
 

dott.ssa Giorgia Miazzo
giorgiamiazzo@gmail.com

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