Continuità con i fondamenti etici della tradizione erbaico-cristiana

 

Continuità con i fondamenti etici della tradizione erbaico-cristiana

Quello che cercherò di dire nel mio intervento riguarda un testo conosciuto da tutte noi ma in realtà poco letto. Nasciamo tutti all’interno della tradizione giudaico-cristiana, molti di noi frequentano una chiesa, altri, non molti per la verità, una Sinagoga, la più parte di noi comunque, più o meno consapevolmente, agisce, pensa, ama, riconosce attraverso queste due tradizioni. I testi di cui parlerò appartengono a due libri della Bibbia che accomunano le due tradizioni, quella ebraica e quella cristiana. Si chiamano Wa-jqrà che significa “e chiamò” e Devarim che significa “parole” per la tradizione ebraica assumendo a titolo la prima parola del testo, nella Bibbia cristiana Levitico e Deuteronomio titoli scelti per spiegare di cosa si sta parlando.
Perché sono interessanti questi due testi rispetto a noi oggi riuniti qui?
Perché sono due testi che contengono, all’interno di una storia, quella del popolo ebraico e di Mosè in particolare, in Devarim, molte norme. Non solo norme religiose, così come si può pensare considerando questi testi parzialmente. Contengono leggi, prescrizioni assai dettagliate in merito a tutto ciò che attiene alla vita delle persone, sono norme che a molti possono sembrare datate ma forse se le leggiamo con un poco di attenzione possiamo scoprire che non lo sono poi molto, anzi possiamo scoprire che sono addirittura norme “rivoluzionarie” rispetto a quelle proposte dalle democrazie contemporanee.
La prima riflessione che vi porto riguarda le parole di una della preghiere più importanti d’Israele lo Shemà “ascolta”

Deuteronomio 6,4-9
4 Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. 5 Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. 6 Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; 7 li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. 8 Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi 9 e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.
Cosa ha di interessante per noi questo brano? La liberazione, questo brano dice di un popolo totalmente libero, libero di avere delle leggi nel cuore, da seguire, da tramandare alle generazioni future. Questo è il primo elemento a mio avviso rivoluzionario, noi siamo liberi quando abbiamo delle leggi. In questo momento non è interessante per noi valutare l’aspetto della fede, è importante per noi comprendere che questo è ciò che rende libero un popolo. La libertà intesa come assunzione di responsabilità su di sé e nei confronti degli altri. Vivere in una comunità, comprendere che abbiamo dei limiti, che le altre persone hanno dei limiti, comprendere che ci sono obblighi reciproci, imparare ad affidarsi e a far sì che gli altri possano fidarsi di noi è il presupposto per una vita armonica e di crescita rispettosa di se stessi e delle persone che ci circondano, sia quelle più prossime a noi che quello più lontane.
Le norme che sono contenute nei brani che avete a disposizione, sono alcune tra le molte, quelle su cui vogliamo condurre la nostra riflessione qui oggi.

Levitico 25,1-55
1 Il Signore disse ancora a Mosè sul monte Sinai: 2 «Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando entrerete nel paese che io vi dò, la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore. 3 Per sei anni seminerai il tuo campo e poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti; 4 ma il settimo anno sarà come sabato, un riposo assoluto per la terra, un sabato in onore del Signore; non seminerai il tuo campo e non poterai la tua vigna. 5 Non mieterai quello che nascerà spontaneamente dal seme caduto nella tua mietitura precedente e non vendemmierai l’uva della vigna che non avrai potata; sarà un anno di completo riposo per la terra. 6 Ciò che la terra produrrà durante il suo riposo servirà di nutrimento a te, al tuo schiavo, alla tua schiava, al tuo bracciante e al forestiero che è presso di te; 7 anche al tuo bestiame e agli animali che sono nel tuo paese servirà di nutrimento quanto essa produrrà.
8 Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. 9 Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. 10 Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. 11 Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. 12 Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. 13 In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo.14 Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello.15 Regolerai l’acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l’ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita. 16 Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo; perché egli ti vende la somma dei raccolti. 17 Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio.
18 Metterete in pratica le mie leggi e osserverete le mie prescrizioni, le adempirete e abiterete il paese tranquilli. 19 La terra produrrà frutti, voi ne mangerete a sazietà e vi abiterete tranquilli. 20 Se dite: Che mangeremo il settimo anno, se non semineremo e non raccoglieremo i nostri prodotti?, 21 io disporrò in vostro favore un raccolto abbondante per il sesto anno ed esso vi darà frutti per tre anni. 22 L’ottavo anno seminerete e consumerete il vecchio raccolto fino al nono anno; mangerete il raccolto vecchio finché venga il nuovo.
23 Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. 24 Perciò, in tutto il paese che avrete in possesso, concederete il diritto di riscatto per quanto riguarda il suolo. 25 Se il tuo fratello, divenuto povero, vende una parte della sua proprietà, colui che ha il diritto di riscatto, cioè il suo parente più stretto, verrà e riscatterà ciò che il fratello ha venduto. 26 Se uno non ha chi possa fare il riscatto, ma giunge a procurarsi da sé la somma necess
aria al riscatto, 27 conterà le annate passate dopo la vendita, restituirà al compratore il valore degli anni che ancora rimangono e rientrerà così in possesso del suo patrimonio. 28 Ma se non trova da sé la somma sufficiente a rimborsarlo, ciò che ha venduto rimarrà in mano al compratore fino all’anno del giubileo; al giubileo il compratore uscirà e l’altro rientrerà in possesso del suo patrimonio.
29 Se uno vende una casa abitabile in una città recinta di mura, ha diritto al riscatto fino allo scadere dell’anno dalla vendita; il suo diritto di riscatto durerà un anno intero. 30 Ma se quella casa, posta in una città recinta di mura, non è riscattata prima dello scadere di un intero anno, rimarrà sempre proprietà del compratore e dei suoi discendenti; il compratore non sarà tenuto a uscire al giubileo. 31 Però le case dei villaggi non attorniati da mura vanno considerate come parte dei fondi campestri; potranno essere riscattate e al giubileo il compratore dovrà uscire.
32 Quanto alle città dei leviti e alle case che essi vi possederanno, i leviti avranno il diritto perenne di riscatto. 33 Se chi riscatta è un levita, in occasione del giubileo il compratore uscirà dalla casa comprata nella città levitica, perché le case delle città levitiche sono loro proprietà, in mezzo agli Israeliti. 34 Neppure campi situati nei dintorni delle città levitiche si potranno vendere, perché sono loro proprietà perenne.
35 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. 36 Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. 37 Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. 38 Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto, per darvi il paese di Canaan, per essere il vostro Dio.
39 Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; 40 sia presso di te come un bracciante, come un inquilino. Ti servirà fino all’anno del giubileo; 41 allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. 42 Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese d’Egitto; non debbono essere venduti come si vendono gli schiavi. 43 Non lo tratterai con asprezza, ma temerai il tuo Dio. 44 Quanto allo schiavo e alla schiava, che avrai in proprietà, potrete prenderli dalle nazioni che vi circondano; da queste potrete comprare lo schiavo e la schiava. 45 Potrete anche comprarne tra i figli degli stranieri, stabiliti presso di voi e tra le loro famiglie che sono presso di voi, tra i loro figli nati nel vostro paese; saranno vostra proprietà. 46 Li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro proprietà; vi potrete servire sempre di loro come di schiavi; ma quanto ai vostri fratelli, gli Israeliti, ognuno nei riguardi dell’altro, non lo tratterai con asprezza.
47 Se un forestiero stabilito presso di te diventa ricco e il tuo fratello si grava di debiti con lui e si vende al forestiero stabilito presso di te o a qualcuno della sua famiglia, 48 dopo che si è venduto, ha il diritto di riscatto; lo potrà riscattare uno dei suoi fratelli 49 o suo zio o il figlio di suo zio; lo potrà riscattare uno dei parenti dello stesso suo sangue o, se ha i mezzi di farlo, potrà riscattarsi da sé. 50 Farà il calcolo con il suo compratore, dall’anno che gli si è venduto all’anno del giubileo; il prezzo da pagare sarà in proporzione del numero degli anni, valutando le sue giornate come quelle di un bracciante. 51 Se vi sono ancora molti anni per arrivare al giubileo, pagherà il riscatto in ragione di questi anni e in proporzione del prezzo per il quale fu comprato; 52 se rimangono pochi anni per arrivare al giubileo, farà il calcolo con il suo compratore e pagherà il prezzo del suo riscatto in ragione di quegli anni. 53 Resterà presso di lui come un bracciante preso a servizio anno per anno; il padrone non dovrà trattarlo con asprezza sotto i suoi occhi. 54 Se non è riscattato in alcuno di quei modi, se ne andrà libero l’anno del giubileo: lui con i suoi figli. 55 Poiché gli Israeliti sono miei servi; miei servi, che ho fatto uscire dal paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio».

Deuteronomio 14,22-29
22 Dovrai prelevare la decima da tutto il frutto della tua sementa, che il campo produce ogni anno. 23 Mangerai davanti al Signore tuo Dio, nel luogo dove avrà scelto di stabilire il suo nome, la decima del tuo frumento, del tuo mosto, del tuo olio e i primi parti del tuo bestiame grosso e minuto, perché tu impari a temere sempre il Signore tuo Dio. 24 Ma se il cammino è troppo lungo per te e tu non puoi trasportare quelle decime, perché è troppo lontano da te il luogo dove il Signore tuo Dio avrà scelto di stabilire il suo nome – perché il Signore tuo Dio ti avrà benedetto -, 25 allora le convertirai in denaro e tenendolo in mano andrai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto, 26 e lo impiegherai per comprarti quanto tu desideri: bestiame grosso o minuto, vino, bevande inebrianti o qualunque cosa di tuo gusto e mangerai davanti al Signore tuo Dio e gioirai tu e la tua famiglia. 27 Il levita che abita entro le tue città, non lo abbandonerai, perché non ha parte né eredità con te.
28 Alla fine di ogni triennio metterai da parte tutte le decime del tuo provento del terzo anno e le deporrai entro le tue città; 29 il levita, che non ha parte né eredità con te, l’orfano e la vedova che saranno entro le tue città, verranno, mangeranno e si sazieranno, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro a cui avrai messo mano.

Deuteronomio 15,1-11
1 Alla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno di remissione. 2 Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione per il Signore. 3 Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere. 4 Del resto, non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi; perché il Signore certo ti benedirà nel paese che il Signore tuo Dio ti dà in possesso ereditario, 5 purché tu obbedisca fedelmente alla voce del Signore tuo Dio, avendo cura di eseguire tutti questi comandi, che oggi ti dò. 6 Il Signore tuo Dio ti benedirà come ti ha promesso e tu farai prestiti a molte nazioni e non prenderai nulla in prestito; dominerai molte nazioni mentre esse non ti domineranno.
7 Se vi sa
rà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città del paese che il Signore tuo Dio ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso; 8 anzi gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova. 9 Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: È vicino il settimo anno, l’anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te. 10 Dagli generosamente e, quando gli darai, il tuo cuore non si rattristi; perché proprio per questo il Signore Dio tuo ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano. 11 Poiché i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò io ti dò questo comando e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese.

In questi brani sono contenute alcune delle norme previste per il settimo anno e per il settimo del settimo ovvero il cinquantesimo. La cosa su cui noi vogliamo fermarci è la considerazione in ordine alla necessità di fermare tutta la produzione per un intero anno dopo sette anni. Questo assume una valenza molto precisa perché ci richiama ad una responsabilità nei confronti della terra, che va lasciata riposare, non va coltivata intensivamente. Ci viene spiegato che si può vivere di ciò che si è accumulato nel corso degli anni precedenti, questo anche a determinare un minore accumulo, le risorse a nostra disposizione devono essere usate ma l’accumulo deve essere speso.
Nel settimo anno si dice che devono essere rimessi i debiti e l’indicazione precisa di chi conosce la natura umana è di non chiudere la mano di fronte a chi ha bisogno quando si avvicina l’anno della remissione, il testo molto concretamente ci dice che ci saranno sempre poveri e bisognosi, quindi nessuno di noi che è in condizione di aiutare, di prestare deve sottrarsi poiché abbiamo la responsabilità di offrire una possibilità di riscatto anche quando questo significasse perdere quanto prestato perché siamo vicini all’anno della remissione.
Il testo non si limita a questo, ci dice anche che nell’anno successivo al settimo per sette, il cinquantesimo, si devono liberare gli schiavi. Ciò viene ribadito anche nei brani seguenti ed in maniera ancora più dettagliata. Si dice inoltre che il cinquantesimo anno libera dai debiti e restituisce le terre.
Terra che, ci viene ribadito non è di proprietà di nessun’essere umano.
Interessante considerare come un popolo libero, liberato dalla schiavitù viene esortato a ricordare d’essere stato schiavo e a fare sì che questa condizione non permanga per nessuno, che sia comunque una condizione transitoria. Importante precisare a tale proposito che quando viene usata la parola schiavo nel testo biblico non si tratta degli schiavi così come li immaginiamo noi oggi, s’intende coloro i quali compivano il proprio lavoro a servizio di altri, qualcosa di simile ai lavoratori dipendenti di oggi, cui però non viene neppure riconosciuta la possibilità di riscattarsi nel momento in cui progressivamente si erode l’idea che il lavoro sia una ricchezza offerta e non un dono ricevuto.

Deuteronomio 15,12-18
12 Se un tuo fratello ebreo o una ebrea si vende a te, ti servirà per sei anni, ma il settimo lo manderai via da te libero. 13 Quando lo lascerai andare via libero, non lo rimanderai a mani vuote; 14 gli farai doni dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo torchio; gli darai ciò con cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto; 15 ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese di Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha riscattato; perciò io ti dò oggi questo comando. 16 Ma se egli ti dice: Non voglio andarmene da te, perché ama te e la tua casa e sta bene presso di te, 17 allora prenderai una lesina, gli forerai l’orecchio contro la porta ed egli ti sarà schiavo per sempre. Lo stesso farai per la tua schiava. 18 Non ti sia grave lasciarlo andare libero, perché ti ha servito sei anni e un mercenario ti sarebbe costato il doppio; così il Signore tuo Dio ti benedirà in quanto farai.
Questo popolo è in grado di riconoscere che il servizio che viene portato, il lavoro, deve essere compensato e riconosciuto. Nell’ebraismo il lavoro e l’ingenio sono considerate fondamentali per lo sviluppo ed il benessere delle persone, tutte le norme contenute in questi libri ci portano ad una dimensione di amore fattivo. Ogni persona viene posta in una relazione di responsabilità rispetto a sé, all’altro da sé qualunque sia la sua condizione, alla natura, agli animali. Ogni azione, ci viene spiegato, prevede delle conseguenze e noi siamo in condizione di scegliere se stare nella libertà che ci viene offerta, che presuppone il rispetto delle norme, la presa d’atto e di coscienza o stare nella schiavitù.

Deuteronomio 24,17-22
17 Non lederai il diritto dello straniero e dell’orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova, 18 ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore tuo Dio; perciò ti comando di fare questa cosa.
19 Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani. 20 Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. 21 Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. 22 Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto; perciò ti comando di fare questa cosa.

Quello che viene detto è che qualunque comportamento, soprattutto se lesivo nei confronti dei più bisognosi e deboli, riconduce alla propria condizione di schiavo. Ovvero nella misura in cui ognuno di noi pensa di poter compiere un’ingiustizia nei confronti dell’altro da sé senza che questa gli domandi conto prima o dopo è in realtà schiavo poiché si chiama fuori dalla possibilità d’essere popolo. Nessuno esiste per se stesso soltanto, questa è condizione di libertà. Pensare di bastare a sé stessi è condizione di schiavitù.

Deuteronomio 30,19-20
19 Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, 20 amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe».

Queste parole sono la conclusione dell’ultimo discorso fatto da Mosè prima della sua morte, sono parole dette dal Signore,
per chi crede è forse più semplice riconoscere questo linguaggio che parla di benedizione e di maledizione, ma io penso che anche senza essere un credente sia possibile comprendere cosa significano queste parole, quale portata di liberazione assumono. Utile forse anche contestualizzarle.
Il popolo ebraico è riuscito ad uscire dall’Egitto, si trova a vagare per il deserto e da subito inizia a lamentarsi, come probabilmente è capitato anche a noi di fare ogni volta che ci siamo trovati liberi, pensando di volerlo essere ma senza esserlo davvero nel profondo del nostro cuore.
Quanti di noi non hanno ad un certo punto desiderato di provvedere a se stessi, di poter scegliere per se, dove, come e con chi vivere, avere a disposizione del tempo e quando questo è accaduto, è capitato di non sapere che fare e di pensare che magari si stava meglio dove si era prima, dove c’era qualcuno a dirci cosa fare, pensare, essere…
La libertà, quella vera, è difficile, è una scelta quotidiana. Per me personalmente è una ricerca continua perché mi rendo conto di non essere mai libera completamente, di ricadere continuamente nell’idolatria, sia essa nei confronti di un’idea, una condizione, una religione.
Ricado continuamente nell’incapacità di assumere totalmente la responsabilità che la mia condizione d’animale pensante e senziente esige.
Scegliere la vita comporta essere in grado di fermarsi, almeno un giorno a settimana, non produrre, almeno un anno ogni sette, restituire ciò che si è ricevuto, almeno ogni cinquanta anni.
Scegliere la vita significa assumere su di sé la consapevolezza d’essere mortali e che tutto ciò che ci viene offerto nel corso della nostra permanenza qui non è nostro è di molte e molti, è anche di quelli che verranno dopo di noi.
Scegliere la vita significa a mio parere scegliere la responsabilità di norme capaci di porci costantemente di fronte al nostro limite, per essere liberi veramente.
Questa libertà si esercita soltanto all’interno di una comunità, un popolo, una nazione. Nessuno è libero se agisce soltanto per sé. Essere popolo riconoscersi parte di questi significa, secondo me, assumersi la responsabilità di ciò che si è, si condivide e si abita. Questi testi, come molti altri all’interno della Bibbia ci riconducono a noi stessi, ma non alla nostra unicità egocentrica che prescinde dalla relazione con gli altri, a quella parte di noi chiamata ad assumersi la responsabilità d’essere popolo, nazione.
Edith Besozzi