È indubbio che l’industrializzazione ed i suoi ideologismi hanno portato ad una disgregazione delle basi socioeconomiche della Veneta Serenissima Repubblica. Siamo di fronte a delle necessarie scelte, non solo sul piano dello sviluppo economico ma anche sulla capacità di ridurre le contraddizioni tra il centro, la periferia e il singolo. Come, quindi, arrivare ad una progressiva auto-eliminazione dello Stato Giacobino (economico e politico) per giungere alla creazione di una società autogestita? Questa fase oltre ad avere dei tempi di realizzazione non brevi, deve essere compatibile con il processo di maturazione del singolo nel quadro delle dinamiche tra la periferia e il centro. Tutto ciò non può venire imposto ma deve essere favorito da appropriate scelte politiche-sociali-economiche.
Quanto esposto non significa (e sarebbe un errore grossolano) che noi siamo alla ricerca della Repubblica di Platone o della Città del Sole di Campanella, perché questo nel quadro di una visione idealistica tende a sottostimare gli interventi e le dinamiche popolari a favore di un restrittivo dibattito filosofico avente come conclusione un risultato idealistico pur partendo da una visione materialistica. Noi abbiamo come punto di riferimento l’esperienza reale di Mosè nel suo peregrinare con il Popolo d’Israele, la sua società aveva come metro di partenza e di arrivo l’uomo e la sua famiglia, con tutte le sue contraddizioni e le sue necessità, ma partiva da una Legge ben chiara e inamovibile perché data da Dio (i 10 comandamenti). È bene sottolineare quale sia la struttura delle tavole della Legge: esse sono divise nei 3 comandamenti religiosi, e nei 7 che evidenziano quale debba essere la condotta morale di ogni persona che vuole vivere nella nostra società.
Ogni modello di società deve servire il mondo reale e non piegarsi all’idealismo e alla metafisica, altrimenti diverrà carta straccia.
Il processo di autogestione va visto come un superamento della società giacobina e dei suoi aspetti deteriori determinati da un individualismo antisociale in permanente contraddizione con l’aspetto comunitario. Pertanto l’autogestione è il tentativo di integrare l’individuo e la sua famiglia con il gruppo, questo non è e non può essere al di fuori dei rapporti economici. Pertanto una comunità autogestita deve avere delle finalità comuni con la Nazione, all’interno delle quali la contraddizione tra il lavoro e i benefici economici sia risolto all’interno dell’autogestione, avendo la certezza della non uniformità dell’apporto del singolo in considerazione delle finalità economiche e sociali dell’insieme. Pertanto nell’autogestione non può mai essere applicato il principio “ognuno secondo le proprie necessità” ma “ognuno secondo i propri meriti”, ovviamente con le necessarie correzioni sociali determinate non solo da una concezione egoistica del proprio essere, ma anche da un rapporto sussidiario con il tutto, ovvero il resto della società autogestita, e con il resto della Repubblica.
Pertanto al centro del sistema economico sarà ridato progressivamente una funzione di indirizzo generale, con un ruolo di coesione territoriale e rappresentativa.
Questo quadro dovrebbe dare l’idea della diversità dei nostri rapporti con i possibili alleati: il non accettare modelli o sistemi a noi geopoliticamente non conformi, non avere un’economia non integrata (vedi COMECON), essere in grado in tempi ragionevoli di superare i nostri partners sotto il profilo socioeconomico.
Non devono essere le popolazioni della Veneta Serenissima Repubblica a cercare modelli esterni, ma le altre popolazioni ad aspirare ai nostri modelli e standard, pertanto la nostra società deve avere con il resto del mondo un rapporto dinamico e di apertura. La proposizione del nostro standard non va confusa con la proposizione del nostro modello.

