Comunicati Vento del Leone

Plebisciti o atti d'imperio?

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Studio di Adalberto Pizzato.

Plebi scitum, ossia norma votata dalla plebe su proposta dei tribuni romani: da qui il termine Plebiscito. Questa libertà decisionale della plebe tendente alla parificazione giuridica ai patrizi fu causa di frequenti conflittualità sociali difficoltosamente evitate con la emanazione di norme restrittive.
Si manifestò perciò sin da quei tempi lontani la tendenza del potere a "incanalare" le aspirazioni plebiscitarie del popolo verso prestabilite finalità occhiutamente mascherate con ambigue definizioni unilaterali e riduttive.
Tipico esempio è dato dalla formula del Plebiscito delle Provincie dell’Emilia e della Toscana indetto l’11-12 marzo del 1860:
"Annessione alla monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele II, Ovvero Regno separato".
Non venne specificato "quale regno separato". Si pose deliberatamente in tal modo i votanti nell’incertezza della scelta. Questa formula di occhiuta "indeterminatezza", tipicamente cavourriana, è in evidente contrasto con il concetto di "plebiscito", una scelta cioè chiaramente espressa fra due o più possibilità adeguatamente evidenziate.
Mano a mano che la fagocitazione degli Stati Preunitari avveniva ad opera del colonialismo savojardo, la formula di rito subì sempre più riduttive e restrittive condizioni fino a configurarsi, nel 1870, una vera e propria "debellatio" dello Stato Pontificio.
Esaminando la situazione del Veneto, precisamente delle "Tre Venezie", constatiamo che con il trattato di Vienna del 3 ottobre 1866 le province Venete e di Mantova vengono dall’Austria cedute alla Francia e da questa al Regno d’Italia. Francesco Giuseppe, che nel 1859 aveva dichiarato di non annettere alcuna importanza alla volontà dei popoli, consente la cessione del Veneto "sous réserve du consentement des populations dument consultées".
Il plebiscito successivamente indettovi dalle Autorità Piemontesi (autodefinitosi "del Regno d’Italia") ebbe per il Veneto, come per quello umbro-marchigiano, la seguente formula:
"Dichiariamo la nostra unione al Regno d’Italia sotto il Governo costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori".
Punto e basta! Non si trattò pertanto di un "plebiscito", di una libera scelta decisionale fra diversificate e ben definite "tendenze". Si estorse con ingannevoli raggiri, sfruttando la sprovvedutezza delle popolazioni venete stanche di un dominio straniero (Francia prima e Austria poi) e dopo 70 anni dalla caduta della "Serenissima Repubblica di Venezia), una "acquiescente deliberazione unilaterale).
La partecipazione a quella "dichiarazione" che nulla ha a che vedere con un plebiscito fu molto scarsa. Al punto che furono indotti a votare addirittura i reparti militari piemontesi dislocati a presidio del Veneto.
Si trattò di una vera e propria burla diplomatica sostenuta da una ristretta cerchia del patriziato veneto avida di compensi onorifici.
A quel tempo mancò, purtroppo, un Daniele Manin che rivendicasse la gloriosa matrice dei Veneti e molti, troppi, furono i sotterfugi diplomatici, le mistificazioni storiche, le esaltazioni patriottarde dei Savoja. Se infine aggiungiamo la mentalità arrendevole ed acquiescente del popolo, spesso succube "al volere dei preti", e privo di esperienza "sociale" perché dominato fino allora da 70 anni di rigido governo straniero, è facile intuire il nefasto risultato di quel … plebiscito.
Ora, finalmente, ci siamo svegliati. Partiti allora col piede sinistro, constatiamo che l’Italia non può essere "UNA E INDIVISIBILE" perché è costituita da più nazionalità spontanee! Queste nazionalità ben diverse tra loro sono impositivamente "accorpate" – e con molta fatica! – in uno Stato accentratore e "federalista" a parole.
Conclusivamente, vengo a sottolineare la graduale illiberalità con la quale sono stati posti i "plebisciti" negli Stati Preunitari, mano a mano che venivano "accorpati" ricordando una "storica" affermazione del potere di Roma ormai capitale:… le reiterate manifestazioni di italianità da parte della Venezia Giulia e Tridentina e di Fiume vi hanno reso "inutile" qualsiasi plebiscito.
Sarà infine opportuno ricordare che i due plebisciti meridionali (21 ottobre 1860) indetti dalla dittatura di Garibaldi ebbero la seguente formula:
"Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e i suoi legittimi discendenti".
Se esaminiamo il tenore di tutte queste formule plebiscitarie come potremo sostenere che l’Italia si è costituita per libera volontà popolare?

Adalberto Pizzato